La legge di bilancio per il 2026 (legge n. 199 del 30 dicembre 2025) interviene su diversi aspetti del sistema pensionistico italiano, dalla previdenza obbligatoria alla complementare. Un pacchetto di misure che nel complesso conferma una tendenza ormai nota: la pensione pubblica sarà sempre più essenziale ma anche più difficile da ottenere in anticipo, e la previdenza complementare diventa più accessibile e flessibile.
Le novità per la previdenza di base
Per il 2026 i requisiti per andare in pensione non cambiano: servono 67 anni di età e almeno 20 anni di contributi per la pensione di vecchiaia, oppure 42 anni e 10 mesi di contributi per gli uomini (41 anni e 10 mesi per le donne) per la pensione anticipata. È però una pausa temporanea. Dal 2027 riprende il meccanismo di adeguamento alla speranza di vita: l’età per la vecchiaia salirà a 67 anni e un mese, per arrivare a 67 anni e tre mesi nel 2028. Lo stesso schema si applica alla pensione anticipata.
Due canali di uscita anticipata si chiudono. Quota 103 e Opzione donna non sono prorogate per il 2026: chi non ha maturato i requisiti entro il 31 dicembre 2025 non potrà più accedervi. L’APE sociale resta invece attiva: la misura consente a chi ha almeno 63 anni e 5 mesi e si trova in condizioni di svantaggio (disoccupazione, invalidità, lavori gravosi, assistenza a familiari) di ricevere un’indennità fino a 1.500 euro al mese in attesa della pensione di vecchiaia.
Confermato il cosiddetto “bonus Maroni”: chi ha già i requisiti per la pensione anticipata ma sceglie di restare al lavoro può ricevere in busta paga la propria quota di contributi previdenziali (il 9,19% della retribuzione), esentasse.
C’è poi la questione dei cosiddetti “contributivi puri“, ossia chi ha iniziato a lavorare dopo il 1995. Per loro esiste una forma specifica di pensione anticipata dai 64 anni, a condizione di aver versato almeno 20 anni di contributi e, soprattutto, di aver maturato un assegno pari ad almeno tre volte l’assegno sociale — poco più di 21.000 euro lordi annui nel 2026. L’idea è garantire un reddito adeguato a chi esce in anticipo, ma nella pratica questa soglia è difficile da raggiungere per chi ha avuto carriere discontinue, periodi di lavoro part-time o retribuzioni medio-basse. La manovra precedente aveva introdotto la possibilità di sommare la rendita attesa dal fondo pensione alla pensione pubblica per raggiungere questa soglia. La legge di bilancio 2026 la abroga — non era peraltro mai diventata operativa — riducendo le opzioni per questa categoria di lavoratori.
Le novità per la previdenza complementare
Sul fronte della previdenza complementare le novità sono parecchie. Va detto subito che il quadro non è ancora definitivo: potrebbero intervenire nuove disposizioni che ritardino l’entrata in vigore o modifichino alcuni aspetti, e la Covip (la Commissione di vigilanza sui fondi pensione) dovrà emanare le deliberazioni operative per rendere applicabili le nuove regole. Detto questo, vediamo cosa prevede la legge a partire dal 1° luglio 2026.
L’adesione automatica ai fondi pensione cambia in modo sostanziale. Per i lavoratori dipendenti del settore privato alla prima assunzione, il silenzio-assenso scatta dopo 60 giorni (e non più dopo sei mesi). Chi non esprime una scelta diversa aderisce automaticamente al fondo pensione di categoria, con il versamento dell’intero TFR e dei contributi di lavoratore e datore di lavoro nella misura prevista dal contratto collettivo. Versamenti e adesione decorrono dalla data di assunzione, non dal momento in cui matura il silenzio-assenso. Le risorse, poi, non vengono più destinate al comparto garantito ma a linee di investimento coerenti con l’orizzonte temporale e l’età dell’aderente.
Al momento del pensionamento, la quota di prestazione ottenibile in capitale sale dal 50% al 60% del montante accumulato. In pratica, chi va in pensione potrà ricevere in un’unica soluzione una fetta più ampia di quanto ha risparmiato nel fondo, destinando il restante 40% a una rendita periodica. La novità più rilevante, però, riguarda le modalità con cui ricevere questa parte residua. Alla tradizionale rendita vitalizia (un assegno mensile per tutta la vita) si affiancano tre alternative.
La rendita a durata definita: l’importo viene ripartito in rate annuali per un numero di anni pari alla speranza di vita residua calcolata dall’ISTAT. I prelievi a chiamata: l’aderente può decidere di non ottenere alle singole scadenze le rate di cui sopra, ma di lasciarle in accumulo e prelevare le somme quando e come lo desidera.
Infine, un’erogazione frazionata su un periodo non inferiore a cinque anni, simile alla RITA (rendita integrativa temporanea anticipata) ma attivabile dopo il pensionamento — con la libertà di decidere quante rate ottenere, a fronte di una tassazione leggermente più elevata. In tutti e tre i casi il capitale resta investito nel fondo, e in caso di decesso il montante residuo va ai beneficiari indicati dall’aderente.
Il tetto di deducibilità fiscale dei contributi versati ai fondi pensione sale da 5.164,57 a 5.300 euro annui, con un risparmio fiscale un po’ più ampio per chi investe nella propria pensione integrativa. Cambia anche la portabilità del contributo datoriale: dopo due anni di partecipazione, chi si trasferisce a un altro fondo pensione ha diritto a continuare a ricevere il contributo del datore di lavoro. I contratti collettivi non possono più limitare questa facoltà.
Qualche consiglio per chi costruisce la propria pensione
La manovra 2026 conferma una direzione ormai chiara: la pensione pubblica resta il pilastro fondamentale, ma da sola difficilmente garantirà lo stesso tenore di vita del periodo lavorativo — soprattutto per i più giovani e per chi ha carriere frammentate. La previdenza complementare, in questo scenario, diventa una componente sempre meno opzionale della pianificazione previdenziale.
Le nuove regole rendono l’adesione a un fondo pensione più semplice e la gestione della prestazione più flessibile. Chi è già iscritto farebbe bene a verificare che il comparto di investimento sia coerente con il proprio orizzonte temporale, e a sfruttare il vantaggio fiscale della deducibilità, ora più ampio. Chi non lo è ancora, ha un motivo in più per pensarci.
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